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ELEZIONI, DOPO IL DELUDENTE RISULTATO SI RIPARTE!

Antonio IngroiaRoma, 26 feb 2013 –  Non si può  negare che i risultati  scaturiti dalle ultime elezioni, sia  politiche che regionali, siano stati particolarmente deludenti per il progetto rappresentato dalla lista  Rivoluzione Civile, realizzata insieme ad altri  soggetti politici. L’obiettivo era quello  di riuscire a dare anche nel nostro Paese una rappresentanza istituzionale e politica a un progetto di opposizione alle politiche  neoliberiste, tenendo aperta la possibilità di  rilanciare  una sinistra di alternativa tramite un processo di aggregazione delle diverse realtà che, in quest’ultimo anno, si erano collocate all’opposizione del governo Monti, dentro e fuori al Parlamento. Purtroppo i nostri risultati elettorali  sono stati ben al di sotto  delle  aspettative, anche di quelle peggiori, costringendoci ancora una volta a rimanere fuori dal Parlamento e a dover ragionare sul nostro futuro.

elezioniCosa non ha funzionato?  E’ evidente che non siamo riusciti a intercettare quel disagio sociale che pure ha determinato uno sconquasso del quadro politico.  Alla fine, siamo rimasti schiacciati dal voto utile nei confronti del centrosinistra e da quello di protesta introitato dal movimento di Grillo. Il Movimento 5 Stelle rappresenta indubbiamente la vera sorpresa di queste elezioni, anche rispetto agli stessi sondaggi, che solo in parte avevano previsto l’entità di tale exploit. Le elezioni ci consegnano  una drammatica situazione di stallo istituzionale che sembrerebbe rendere impossibile, almeno finora, la possibilità della formazione di una maggioranza politica in Parlamento e, quindi, la nascita del nuovo Governo. La coalizione del centrosinistra, infatti, pur beneficiando del premio di maggioranza alla Camera dei Deputati, conquistato solo grazie a una manciata di voti di differenza dal Pdl, non è comunque autosufficiente al Senato, dove in virtù di un diverso sistema di ripartizione dei seggi, non potrà godere della  maggioranza degli stessi. Né appare probabile la possibilità che tale situazione possa essere risolta tramite  un accordo del centrosinistra con il centrodestra o  con il Movimento 5 Stelle.  Così come è evidente che tale situazione non potrà perdurare per molto tempo e dovrà portare ben presto a nuove elezioni, non prima di aver eletto il nuovo presidente della Repubblica, il cui mandato è in scadenza. Rimane il rammarico che tale situazione poteva essere evitata se solo 14 mesi fa il Pd, pressato da Napolitano, non avesse accettato di sostenere, con il Pdl e l’Udc, il governo Monti e le sue devastanti politiche economiche che hanno alimentato la crisi e drammaticamente impoverito il Paese. Allora il movimento di Grillo si aggirava intorno al 4%, il partito di Berlusconi era in caduta libera e c’erano tutte le premesse per costruire un’alleanza larga e vincente che comprendesse  anche noi. In realtà, tale ipotesi non venne mai presa in considerazione  dal Pd, tanto che optò per altre scelte, con tutte le conseguenze che oggi purtroppo conosciamo.

simbolo rivoluzione civileCosa fare? Per adesso la Segreteria nazionale del Prc ha deciso, giustamente,  di presentarsi dimissionaria al dibattito che si aprirà in questi giorni, con la convocazione degli organismi dirigenti del Prc a tutti i livelli,  probabilmente in attesa di un vero e proprio congresso straordinario in cui si discuterà sulle nostre prospettive future. Sicuramente c’è la necessità di approfondire i motivi per i quali, nonostante l’implosione del quadro politico  prodotto dal peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei nostri cittadini, a seguito della pesante crisi economica e delle politiche di austerity messe in campo dagli ultimi governi, la nostra lista non sia riuscita a intercettare tale malessere sociale, regalandone inverosimilmente  la rappresentanza istituzionale e politica a un movimento populista e contraddittorio come quello guidato da Beppe Grillo. E’ evidente che tale situazione nasce dalle nostre  difficoltà ad accreditarci tra i settori popolari colpiti dalla crisi come un soggetto politico utile al cambiamento e al miglioramento delle loro condizioni materiali. Quella che è prevalsa in tali settori di società  è una interpretazione estremamente semplificata e distorta  della crisi economica e sociale  che ne attribuisce le cause non alle modalità con le quali è organizzata la nostra società, a partire dai rapporti sociali di produzione,  ma alla sola responsabilità  di una classe politica predatrice che si fa “casta”, a danno dei cittadini. Una lettura interclassista che, oltre ad essere demagogica e populista, ricorda molto quella retorica del primo Berlusconi, quello dei primi anni ’90,  che contrapponeva il “fare” dell’imprenditore al “dire” del politico. Anche in quel caso l’antipolitica venne utilizzata dalle classi dirigenti del Paese come uno strumento di normalizzazione nei confronti della legittima rivolta morale scaturita dalla stagione di “mani pulite”. Facendo leva su tale sentimento, si demolì la prima Repubblica e si aprì la strada alla seconda caratterizzata da un bipolarismo imperfetto e dalle difficoltà a garantire, dal punto di vista delle classi dirigenti del paese,  un centro di gravità permanente al nostro sistema politico.

Paolo FerreroOggi più che mai, abbiamo la necessità e l’urgenza di colmare tale deficit di credibilità tra i settori popolari, riandando  ad occupare quello spazio politico che ancora, nonostante tutto, esiste a sinistra del partito democratico,  per  rilanciare un nuovo modello di società, alternativo a quello che drammaticamente ci viene imposto, in questa fase storica, dai poteri economici nazionali e internazionali e che sta producendo un forte peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro di vasti settori popolari, non solo in Italia, ma in tutta Europa.  Una sfida da cui non possiamo sottrarci, ripartendo da noi stessi e dalla nostra storia, con la consapevolezza che dal risultato di questa sfida dipenderà il futuro della nostra società. Ma per essere efficaci in questa sfida abbiamo bisogno di un profondo rinnovamento del nostro modo di essere, di  fare politica,  di interagire con la società e di selezionare i nostri gruppi dirigenti che continuano ad essere più dediti alla lotta politica interna o ai compiti burocratici che non a costruire il consenso esterno tramite un lavoro di organizzazione e sostegno  del conflitto sociale sui luoghi di lavoro e sui territori.

Giovanni Barbera – Componente del Comitato Politico romano del PRC

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  1. massimo
    1 marzo 2013 alle 11:12

    come fai ad accreditarti nei settori popolari se non parli di loro? ad esempio la campagna elettorale di ruotolo alla regione è stata caratterizzata solo dal suo non dare la mano a quelli di casapound, giusto pure, ma nel lazio quanto ruotolo ha parlato di trasporto pubblico, di casa, di case popolari, di sfratti?????????? Mai, certo anche tutti gli altri non lo hanno fatto, ma agli altri non serviva di parlare di queste cose visto che hanno sempre votato cementificazioni, a rivoluzione civile invece serviva, e se non ti caratterizzi su nulla su cosa e per cosa dovresti essere votato??? e a livello nazionale come si fa a prendere ogni giorno a schiaffi il pd se ci governi insieme ad esempio in regioni come toscana e umbria?????? Non si può affrontare il terzo millennio, avendo un linguaggio, una pratica, e una organizzazione strutturata come fossimo nel 1900, ciaooo

  2. Fabio fabbri
    7 marzo 2013 alle 17:53

    Siamo alle solite. Non si tratta solo -come dice Massimo – di avere “un linguaggio, una pratica, e una organizzazione strutturata come fossimo nel 1900”; ma di aver dimenticato il senso della lungimiranza e della pratica politica. E’ possibile che, ogni qual volta si perdano le lezioni, si individuino poi le responsabilità nella mancata capacità del PD (ma prima ancora dell’Ulivo e prima ancora del PdS) di “costruire un’alleanza larga e vincente che comprendesse anche noi”. Insomma chi ha sbagliato tutto è stato prima Prodi, poi Veltroni, ora Bersani.
    Ma non è cosi!!!Se si perde nel modo disastroso in cui ha perso la lista Ingroia, bisogna anche imparare a rivedere e rimodulare gli obiettivi e quindi i piani della critica. Ma chi vi dà la presunzione di pensare che nei luoghi in cui è più acuto il conflitto sociale siano più vincenti le riflessioni rapporti sociali di produzione e non invece quelle sullo sperpero immorale della casta. E, prima di pensare ale contraddizioni della società capitalistica, che nessuno nega, non è meglio togliere definitvamente l’aria mefitica del berlusconismo? E allora? Pur di dare testimoinianza, attraverso il voto, della validità di un indagine di classe, preferiamo buttarlo letteralmente dalla finestra? E chi vi autorizza a pensare che, di fronte ad un cartello della sinistra, comprendete Ingroia, poi l’elettore “moderato” avrebbe davvero votato per quella lista?
    Insomma, vale per voi quello che, sotto altra forma, si imputa a Grillo. Un movimento di contestazione e diprotesta può ricevere consensi e irrobustirsi, predicando nelle strade, nelle piazza, in rete. Ma, una volta che sceglie di “presentarsi” alle elezioni, la partita va giocata fino in fondo, secondo ahimé le regole del maggioritario. E le regole dicono che su un collegio di 10 elettori, se 4 votano PD e 4 Berlusconi, i due che restano hanno il cerino in mano per decidere chi far vincere. Voi che fareste? Siccome entrambi i copntendenti sono rassegnate su logiche liberiste, vi distinguete e presentate lista a sè. E così non avete ancora elaborato il lutto della perdita di quel gran genio di Bertinotti che nel 2001 regalò molti collegi alla destra.
    Pensateci gente, pensateci. Grazie dell’ attenzione e un caro saluto

    • giovanni barbera
      8 marzo 2013 alle 01:32

      In realtà il ragionamento che abbiamo fatto nel post è un po’ diverso da quello che ci viene attribuito. Rispondo sinteticamente per punti alle osservazioni di cui sopra:

      1) L’alleanza con il centrosinistra a livello nazionale non si è potuta realizzare perchè non c’erano le condizioni per condividere un programma comune. Pertanto, nell’articolo pubblicato sopra, non c’è alcuna accusa mossa nei confronti del centrosinistra per tale mancato accordo. E’ evidente che sarebbe stato impossibile fare una alleanza, anche solo tecnica, con chi fino a ieri aveva governato con Berlusconi, sostenendo quelle politiche antipopolari che hanno, in questi ultimi 14 mesi, aggravato la crisi economica, impoverito il Paese e asservito sempre più l’Italia ai poteri economici internazionali.

      2) La casta politica è al servizio di quella economica. Se vogliamo cambiare realmente la nostra società, per migliorare le condizioni materiali di vita e di lavoro dei nostri cittadini, non possiamo limitarci a contestare solamente i privilegi della casta politica, dimenticandoci di quelli della casta economica. Chi detiene il potere economico controlla anche quello politico e condiziona la nostra vita. Proprio per questo motivo dobbiamo mettere in discussione il modo nel quale è organizzata complessivamente la nostra società, a partire dalla struttura economica e quindi dai rapporti sociali di produzione. Eludere questo punto significa non aver compreso come funziona la nostra società e rinunciare ad un reale cambiamento.

      3) Se veramente l’obiettivo principale del centrosinistra era quello di liberarsi di Berlusconi, perchè non si è andati al voto 14 mesi fa, quando il suo consenso era crollato, invece di dargli la possibilità di recuperare? E perchè il centrosinistra, nonostante sia stato più volte al governo, non ha mai voluto prendere in esame la possibilità di una legge sul conflitto di interessi? L’antiberlusconismo non può essere un argomento da tirare fuori solo quando fa comodo!

      4) Per quale motivo, avendo una linea politica di opposizione al centrodestra, ma anche alternativa a quella del centrosinistra (che ormai ha sposato il neoliberismo), dovremmo astenerci dal portare avanti le nostre proposte politiche? In democrazia è legittimo che ognuno sostenga le proprie posizioni. Questo si chiama pluralismo e non capisco per quale ragione ciò dovrebbe essere condannato. Noi facciamo la nostra battaglia politica, gli altri facciano la loro! Per noi essere di “sinistra” non è un fatto nominale, ma di sostanza. Nonostante le difficoltà, evidenziate anche dal nostro risultato elettorale, non ci rassegniamo ad accettare questo modello di società che consideriamo profondamente iniquo. Così come non ci rassegniamo ad accettare il “massacro sociale” che stanno subendo le classi popolari e i ceti medi, grazie alle politiche liberiste che non hanno mai fatto parte della tradizione della Sinistra.

      5) E’ un po’ difficile essere credibili nel paventare il pericolo Berlusconi quando si è fatto parte della stessa maggioranza politica per 14 mesi, sostenendo un governo che ha proseguito le stesse politiche liberiste che si contestavano, mesi prima, a Berlusconi. Sinceramente, tutto ciò non mi sembra una grande prova di coerenza.

      6) Le leggi elettorali di tipo maggioritario oltre ad essere antidemocratiche, in quanto distorcono la rappresentanza istituzionale, ci hanno regalato anche il berlusconismo. Senza quelle leggi, purtroppo sostenute anche da una parte del centrosinistra, Berlusconi non avrebbe mai governato nel nostro Paese e non avrebbe condizionato la vita politica italiana negli ultimi vent’anni.

  3. Gerardo Milani Foglia
    9 marzo 2013 alle 09:44

    Barbera continua a prendere le distanze dal Pd senza tenere in alcun conto le lucide argomentazioni di Fabio Fabbri. L’errore di Ingroia e dei suoi sostenitori consiste anche nel fatto di aver considerato in via di liquidazione il fenomeno “mefitico” del berlusconismo. Aggiungo solo poche parole. Il deficit di sinistra del centrosinistra può essere colmato solo seguendo la strada indicata da Vendola e istituendo un rapporto costruttivo con Sel. La partecipazione di Vendola, tutt’altro che sussidiaria e subalterna, come si è voluto obliquamente sostenere, ha consentito di fare argine alla deriva berlusconiana.

    • giovanni barbera
      11 marzo 2013 alle 15:54

      Caro Gerardo, cerchiamo di essere seri, il problema nel nostro Paese non è solo quello rappresentato dal fenomeno Berlusconi, ma anche quello di coloro avrebbero dovuto contrastarlo in questi ultimi vent’anni, promuovendo una politica alternativa e magari anche una legge sul conflitto di interesse quando hanno potuto governare. La verità, invece, è che questi stessi soggetti, pur criticando aspramente il fenomeno del berlusconismo, hanno rincorso il centrodestra sullo stesso piano (federalismo, liberalizzazioni, contributi alla scuole private, etc.) mutando progressivamente il proprio Dna politico e “disarticolando” la propria base di consenso sociale ed elettorale. I dati riguardanti l’analisi dei flussi elettorali, pubblicati anche oggi su alcuni quotidiani, dimostrano il dissolvimento di quello che una volta veniva chiamato “il popolo della sinistra”. Possibile che non si riesca a fare autocritica neanche di fronte allo sconquasso elettorale determinato dal fenomeno Grillo? Ma per quale motivo il Movimento 5 Stelle è diventato in 14 mesi il primo partito italiano? Per colpa di Rivoluzione Civile, nata appena 2 mesi prima delle elezioni, o per le responsabilità di chi, invece di andare al voto dopo le dimissioni di Berlusconi, ha deciso di governare insieme al Pdl e all’Udc per sostenere politiche economiche che hanno colpito solo i soliti noti, con la scusa dei sacrifici?

      In questa tornata elettorale, 16 milioni di elettori hanno mutato il loro orientamento politico. Il Pdl ha perso, in termini assoluti, più di 6 milioni di voti rispetto alle precedenti elezioni politiche. Solo la metà di chi aveva votato Berlusconi ha, infatti, deciso di riconfermare tale scelta. Quindi è vero che il Pdl è uscito dalle urne meglio di quanto si credesse qualche mese fa, ma è anche vero che tutto ciò non ha fermato quel progressivo declino che si registra da un po’ di anni. Declino che attraversa anche la stessa Lega Nord, alleato da sempre del Pdl, che ha visto dimmezzarsi, in termini assoluti, i propri consensi (da 3 milioni a 1,4 milioni).

      Anche il Pd ha perso molti consensi. Da 12,5 milioni del 2008 è crollato a circa 8,6 milioni di voti. In sostanza ha perso circa 4 milioni di voti, con una percentuale pari al 16% dei propri elettori che questa volta hanno deciso di votare il movimento di Beppe Grillo, in dissenso del proprio partito. Nè appare un grande risultato elettorale quello di Sel che non riesce neanche a conquistare i voti in libera uscita dal Pd. Infatti, Sel ha ottenuto una percentuale poco più alta di quella di Rivoluzione Civile (il cui risultato è ovviamente disastroso!), riuscendo ad eleggere propri deputati, a differenza di quest’ultima lista, solo grazie ad una legge elettorale ignobile costruita ad hoc, per penalizzare quelle piccole forze politiche che non si coalizzano. Quindi è evidente che, a parte Beppe Grillo, nessuno possa cantare vittoria. Sicuramente non noi, che non siamo riusciti a interecettare quel voto di protesta e che abbiamo ottenuto un voto ben al di ostto delle nostre aspettative, rimanendo ancora una volta fuori dal Parlamento, ma neanche gli altri schieramenti che, pur superando la soglia di sbarramento, ottengono risultati abbstanza deludenti.

      Il problema è che non possiamo continuare a ragionare in modo astratto, sulla base delle logiche di schieramento, a prescindere dai contenuti. Si possono considerare di “sinistra” forze politiche che sposano le dottrine economiche della destra economica e che sostengono politiche che colpiscono gli interessi della classi meno abbienti (lavoratori, disoccupati, pensionati, etc)? Io credo di no, perchè in caso contrario la dicotomia destra/sinistra (seppure poco scientifica e poco precisa), non avrebbe veramente più senso. Non è un problema “ideologico”, ma di sostanza.

      Il voto uscite dalle urne è un voto contro le politiche di austerity e contro quei partiti, anche del centrosinistra, che le hanno inverosimilmente sostenute. Politiche funzionali solamente a quei centri di potere economico e finanziario che dominano i mercati internazionali e che sono state in questi anni duramente criticate anche da economisti di fama internazionale, che ci hanno più volte ricordato le analogie con la crisi degli anni ’30. Le stesse politiche economiche, messe in campo in quegli anni, alimentarono la crisi, la disoccupazione e la disperazione della gente, favorendo la nascita e l’affermazione di movimenti autoritari e fascisti e che determinarono, successivamente, lo scoppio della seconda guerra mondiale.

      Se è vero che noi, come Rivoluzione Civile, purtroppo non siamo riusciti ad essere credibili per incanalare quel voto di dissenso, ritengo veramente assurda la polemica di chi, sostenendo altre posizioni politiche, continua a fare le “pulci” agli altri, senza rendersi conto di quello che sta succedendo in Italia e soprattutto delle gravi responsabità della propria parte politica nel aver creato la situazione in cui ci troviamo oggi. Da questa situazione, a sinistra, se ne esce solamente con la costruzione di polo antiliberista che metta in discussione quel modello di organizzazione della società che è all’origine della crisi economica e sociale che colpito il mondo.

  4. 12 marzo 2013 alle 22:20

    Analisi di flussi a parte, secondo me il risultato pessimo di “Rivoluzione Civile” e’ in buona parte da ascrivere allo “scippo” che Ingroia ha perpetrato ai danni dei promotori iniziali e dei movimenti apolitici che avevano dato vita a “Cambiare si puo'”. RC ha cominciato a perdere quando ha imbarcato non solo i partiti, ma anche i leader di partito. Da entita’ che avrebbe potuto aspirare al 4%, proprio perche’ incarnava molte delle caratteristiche del M5*, ha ripreso subito le vesti del partito tradizionale di sinistra, allontanando molti dei potenziali elettori. RC ha regalato a Grillo tutti i NoTAV, moltissimi attivisti di ALBA, tantissimi esponenti dei movimenti per l’acqua bene comune e via cosi’.
    Che poi un “partito” come M5* riesca a pescare a destra e a sinistra, io personalmente lo trovo inquietante ma non strano. Soprattutto in tempi di estrema crisi come questi qua.
    Crisi che va bene analizzare dal punto di vista sociologico e inquadrarla negli schemi marxisti, ma sarebbe anche il momento di andare oltre e provare a dare risposte fattibili, concrete, con coperture finanziarie certe a questo genere di problemi.
    Per dirla con Moretti, la sinistra italiana degli ultimi trent’anni s’e’ fermata alla dialettica.

    Barney

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