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CRISI, SIAMO SICURI CHE SIAMO ALLA FINE DEL TUNNEL?

Enrico Letta e la crisiRoma, 7 agosto 2013 – ”I segnali ci sono tutti e indicano che siamo a un passo dal possibile. A un passo, cioè, dall’inversione di rotta e dall’uscita dalla crisi più drammatica e buia che le attuali generazioni abbiano mai vissuto”. Queste le parole di speranza usate da Enrico Letta, per invitare tutti a ”mettercela tutta”. Ma il premier non è l’unico ottimista nel governo da lui presieduto. Anche Fabrizio Saccomanni, ministro dell’Economia, si attesta sulla stessa posizione del suo presidente del Consiglio, affermando al Tg24 di Sky: ”Credo che l’economia entrerà in ripresa, siamo a un punto di svolta del ciclo”.

Ma siamo veramente alla fine del tunnel? Se lo chiedono con ansia non solo gli addetti ai lavori, ma soprattutto quegli italiani che ormai dal 2007 sono costretti a tirare la cinghia per far quadrare i loro bilanci  familiari. Oltre che dagli effetti della crisi, gli italiani sono stati colpiti anche dalle  politiche di austerity che, utilizzate per modificare i rapporti tra le classi sociali tramite una gigantesca redistribuzione delle risorse a danno di lavoratori e pensionati, hanno avuto un ruolo non secondario nell’alimentare  la durata e l’intensità di questa  devastante  crisi che in sei anni, nel nostro Paese, ha già prodotto un calo del prodotto interno lordo  pari al 9%, più di quanto abbia fatto la famigerata crisi del ’29.

Eppure non è la prima volta che chi governa il Paese negli ultimi anni  annuncia con enfasi la fine dell’incubo della crisi. La storia è lunga e, in realtà, inizia proprio con Silvio Berlusconi che per qualche tempo ebbe addirittura il coraggio di negare l’esistenza della crisi per poi essere travolto dalla stessa. Ve lo ricordate l’effetto “spread” e il pericolo di “default” alimentati dai media e dalla nostra classi dirigenti? Il timore di fare la fine della Grecia sotto i colpi inferti dalla speculazione internazionale,  fu usato non solo per ammansire gli italiani e far loro  digerire quelle misure di “lacrime” e “sangue” che mai avrebbero accettato facilmente in un diverso contesto economico.  Quelle parole, che gli italiani non conoscevano prima,   furono usate dai poteri forti internazionali anche per determinare la sostituzione del governo Berlusconi con quello Monti, considerato molto più “credibile” per imporre agli italiani quelle politiche di austerità che furono varate in tutti i paesi dell’Unione europea sotto l’egida della Bce.

Sarebbe utile ricordare, infatti, che il governo Berlusconi, indebolito dai gravi scandali politici e giudiziari del premier e dai problemi di tenuta della sua maggioranza politica, non cadde da “sinistra” per le mobilitazioni popolari, ma cadde da “destra”, grazie alle pressioni internazionali di cui sopra e all’abile regia di Giorgio Napolitano. Non fu un caso che le politiche del governo Monti ricalcarono e peggiorarono le ricette economiche già messe in campo dal famigerato governo Berlusconi-Tremonti  che aveva  iniziato a scaricare gli effetti della crisi sulle classi popolari e i ceti medi.

Monti, presentato dai media come il salvatore della patria, non solo non migliorò la situazione finanziaria del nostro Paese (facendo crescere in appena 14 mesi  il rapporto del debito pubblico sul Pil  dal 120% al 126%), ma si adoperò proprio per una politica di tagli alla spesa pubblica e di controriforme (art. 18, pensioni, liberalizzazioni, etc,) che accelerarono l’impoverimento delle classi popolari e dei ceti medi. Tagli e controriforme che furono giustificate non solo come misure obbligate per salvare l’Italia dal default, ma anche come misure per rilanciare la crescita economica. Più volte Monti, in quei famigerati 14  mesi, giustificò quelle misure draconiane varate dal suo governo non solo per scongiurare il default, ma anche per favorire la crescita economica, promettendo effetti positivi  e duraturi sul Pil  che sono rimasti solo  sulla carta.

Oggi, alla vigilia di altre controriforme e privatizzazioni annunciate dal Governo Letta,  che ben poco ha fatto in questi primi 100 giorni di attività per tutelare gli italiani dalla crisi e per rilanciare l’economia e il lavoro, rischiamo di assistere al solito gioco già visto. Si annunciano provvedimenti antipopolari, considerati necessari per rilanciare la crescita, promettendo agli italiani quella “luce” che purtroppo non arriverà mai proprio per quei provvedimenti.

Così, mentre il governo vede rosa dichiarandosi ottimista sulla ripresa per bocca di Letta e Saccomanni,  per l’ottavo trimestre consecutivo il prodotto interno lordo italiano si conferma in profondo rosso. Nel secondo trimestre 2013, tale dato è diminuito dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e del 2% rispetto al secondo trimestre 2012. Risultato negativo a cui hanno contribuito tutti i settori economici, compreso quello dell’agricoltura che finora aveva fatto registrare dati positivi. Quello che preoccupa è che in altri paesi non appartenenti all’area dell’Euro si registrano segnali incoraggianti, sia termini congiunturali che tendenziali, dimostrando – se ce ne fosse ancora bisogno – che esiste  una specificità italiana e dei paesi  della UE, caratterizzati non a caso da politiche economiche fortemente recessive e da una politica monetaria delegata, per il tramite della Banca centrale europea,  ai mercati finanziari.

Se qualcuno pensa che per far ripartire il ciclo economico sia stato sufficiente erogare 40 miliardi di euro alle imprese, per i crediti che queste vantavano nei confronti della pubblica amministrazione,  rischia di rimanere fortemente deluso. Senza una seria politica di investimenti pubblici e di ridistribuzione di risorse a favore dei redditi più bassi sarà molto difficile, vista anche la situazione economica internazionale e considerati margini di manovra imposti dai trattati europei, riuscire a rilanciare seriamente la crescita e l’occupazione nel Paese.

G. B.

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